“DIETRO L’OBIETTIVO” DI GUIDO HARARI

 

Guido Harari nella sua galleria fotografica ad Alba (CN)  – Foto: M.C.

 

 

 

 

 Sulla fotografia di oggi

“Credo che occorrerebbe fare sviluppare un’educazione umanistica della foto”.

 

Considerato tra i più famosi ritrattisti italiani, Guido Harari è senza dubbio un mito nella storia della fotografia. Ogni suo scatto coglie grande sensibilità e impatto che intravede quella sorta di complicità tra l’artista e il fotografo. Nella sua lunga carriera, Harari ha immortalato i grandi della musica come Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Bob Dylan, BB King, Fabrizio De Andrè, Vasco Rossi, e molti altri, ma ha anche realizzato copertine di album, libri e reportage fotografici.

 

 
 

Guido Harari, fotografo e critico musicale nasce al Cairo, Egitto, ma sin da piccolo si trasferisce a Milano. I suoi inizi nella fotografia nascono quando vedeva suo padre che fissava con la sua macchina fotografica tutti i momenti importanti della famiglia: “Lo vedevo armeggiare con questa macchina e mi piaceva il modo in cui lui godeva del cogliere il momento, e poi negli anni guardando le sue foto erano tutte foto molto particolari,centrate, non casuali”, ci commenta Harari. In età scolare comincia ad ascoltare ai grandi della musica come: Elvis Presley, Paul Anka, Neil Sedaka, Celentano, Mina e anche ad acquistare dei dischi con la sua paghetta. Così, maturando i suoi gusti musicali e approfondendo nella fotografia, Harari cerca la maniera di aprirsi campo, avvicinandosi ai suoi idoli di rock che negli anni 70 incominciarono ad arrivare in Italia.“All’epoca chiamavi i tre o quattro grandi alberghi di Milano, chiedevi se era in prenotazione certo artista che sapevi sarebbe venuto a fare un concerto, quindi ti dicevano arriverà il giorno tale l’ora tale poi tu andavi in albergo due ore prima e aspettavi. Io avevo già i capelli lunghi e mi vestivo in un certo modo. Quando arrivava l’artista all’albergo, ti vedeva simile a lui e veniva subito a salutarti perché pensava che tu fossi lì per lui, ed io ero lì per lui invece non era la persona che lui pensava, però scatenavo questa simpatia per cui gli artisti dicevano: “ vieni con noi alle prove” quindi si andava sul bus, si andava alle prove, si chiacchierava, si facevano un po’ di foto, si vedevano i concerti gratis e magari rimanevano anche dei bei contatti sui quali ho costruito parecchio e la cosa è nata così.

 

Qual è stato il primo giornale dove hai pubblicato una foto?

Il primo giornale si chiamava Settimana TV ed erano delle foto di cui ho perso i negativi. Era un servizio su Alan Sorrenti, all’epoca era un cantautore alternativo, poi è diventato un divo della disco music che faceva il tour del suo primo disco con il violinista di jazz francese Jean Luc Ponty. Quelle sono state le prime foto ufficiali che ho fatto e che ho visto pubblicate. 

 

Durante la tua carriera, ci sono stati degli artisti che ti hanno fatto un po’ tribolare per scattare una foto?

Ci sono state due cose un po’ curiose. Una è un musicista che si chiama Henry Rollins, che è un musicista di New wave americano (tutto tatuato), con un fisico pazzesco da culturista, ma è anche scrittore e attore e mi piaceva moltissimo. Sicuramente un bel soggetto per fotografare. Questo personaggio è arrivato (per fare le foto) senza ne salutare né niente e mi ha detto: “Guarda io non faccio questo, non faccio quello, non chiedere questo, non mi chiedere quello” . Io l’ho guardato e sono uscito dallo studio e l’ho lasciato lì; me ne sono andato (ride). Dopo un’ora quando ho sbollito la rabbia ho chiamato il suo discografico e gli ho chiesto: “E’ arrabbiato?” e lui fa: “Insomma c’è rimasto parecchio male” e io: “Bene”. Mai più visto, per me era chiusa la storia. La foto deve essere un’incontro anche superficiale ma un’incontro.

Invece con Giorgio Armani, una volta avevo chiesto di fare una foto per una mostra, che era un progetto piuttosto importante per 130 personalità italiane note nel mondo. Arrivo in questa stanza che era una biblioteca poco interessante e dove c’era una sua foto appoggiata. Viene l’addetto stampa e mi dice: “Tu prepara tutto, hai mezz’ora di tempo per fare le foto. Vedi quella foto lì? Ecco, quella è una foto che piace al signor Armani, quindi ti ho avvertito”. Quella foto esisteva già e io ne volevo fare un’altra (ride). Allora metto le mie luci, vedo un po’ l’ambiente, metto obiettivo, metto la macchina dal basso per avere una fuga e per rendere un po’ più scenografica la foto e arriva Armani e fa: “Perché la macchina è bassa?” e io gli spiego, e lui dice “No, alzi la macchina, lei dal basso non mi fotografa”. Bene allora faccio una polaroid, e mi dice: “Perché il fondo è così illuminato?” e io rispondo: “Perché a me piace così” e Armani: “No no, abbassi la luce sul fondo”. Poi, puoi scegliere: o ti arrabbi o dici forse imparo qualcosa oggi. Poi dopo mi dice: “Quest’ ottica distorce metta un tele”, va bene metto il tele poi mi fa: “Mi faccia una luce che si concentri sul viso e poi manda verso l’oscuro la fronte”. Allora io gli faccio: “Senta, questa è la mia foto, se deve essere la sua mi sembra che non è una cosa corretta”. Allora lui senza guardarmi mi fa: “Se lei non vuole assecondare il signor Armani, -cioè parlava in terza persona- vuole dire che avremmo buttato mezz’ora del nostro tempo”. Allora poi ho scattato la foto. Quindi una foto per la mostra c’era. Poi gli ho scritto una lettera dicendo: “Mi sembra lei abbia perso un’occasione, perché lei sarà abituato ad avere i suoi fotografi di moda o amici che gli fanno le foto come vuole lei, e lei sa benissimo come proporsi (perché lui addirittura sa scegliere le espressioni). E avendo lei diritto di approvare la foto o di buttarla nel cestino, poteva essere un’occasione per tentare una cosa nuova, diversa”. Mai risposto. Comunque poi ci siamo visti per fare altri due servizi, era un po’ più disinvolto ma, insomma ho capito che non si poteva tirare fuori nulla.

 

E la foto più realizzabile?

C’è ne sono diverse. Per esempio Jonie Mitchell, essendo anche un’artista oltre che una cantante, entra in sintonia con il processo, quindi capisce cosa stai facendo e ti aiuta a farlo dall’altra parte. E con lei è stato bello, abbiamo fatto delle foto giocose.  Non ha mai contato i minuti, ha sempre proposto delle cose diverse. Anche Leonard Cohen, un altro, eppure ha sempre un aspetto rigoroso, è sempre vestito col gessato, quasi aristocratico. Ho visto sempre dall’inizio che voleva fare delle cose di rottura, proporsi di maniera imprevedibile, quindi questo è stato molto divertente.

 

 

Qual è la tua foto preferita?

 

Foto di Guido Harari

Sono tante per tanti motivi. Può essere quella di De Andrè che dorme contro il termosifone, quella di Dylan, quella di Cohen … cioè quando sono foto che colgono qualcosa di vivo, non costruito e quando ho fatto una foto dove vedo un’artista fotografato come non l’ho mai visto fotografato da altri. Come la foto di Paolo Conte che mi piace molto! Ah sì, quella non gliel’ha mai fatta nessuno. In quella non c’è genialità, ma io l’ho visto così e fortunatamente non è come l’hanno visto gli altri: fortunatamente per me e fortunatamente per gli altri.

 

 

Il ritratto perfetto esiste?

Esiste nel senso che ti dicevo. Non esiste niente di perfetto. E poi le foto colgono sempre un attimo. Cioè non esiste una foto che sia “la foto definitiva”. La soddisfazione è quando l’artista si riconosce o trova nella foto qualcosa di sé, magari qualcosa che è stato colto prima perché nessuno gli ha mai fatto

 

Meglio la fotografia analogica o digitale?

Meglio una buona idea, meglio una buona foto, meglio un buon occhio. Oggi col digitale ci vuole una grande macchina di grande livello per avere dei buoni file per lavorare a 3000 ASA e non avere grana o rumore che è il problema principale. Diciamo che il digitale, secondo me, ha liberato molta creatività in chi c’è l’ha, e soprattutto, e questo non c’entra col digitale, Photoshop è la camera oscura ideale perché permette di fare delle correzioni, degli aggiustamenti, dei ritocchi millimetrici che veramente la foto acquista una profondità che non aveva. In più devo dire che, (l’ho capito una decina di anni fa), che fare una scansione di un negativo e poi stampare questo negativo in Fine Art è molto più fedele all’immagine originale di quanto fosse una stampa fotografica, perché la scansione del negativo raccoglie tutti gli elementi di una volta: dalla lampada all’ingranditore, dal vetrino alla stampa … oggi si può fare veramente tutto. Ci sono Fine Art che secondo me sono molto più belle, manca il fascino della camera scura per noi che l’abbiamo vissuto.

Che ne pensi dell’”esplosione di arte” dove adesso tutti sono fotografi?

Qualche tempo fa in un’intervista dicevo che era arrivato il momento di smettere di fotografare e di ricominciare a leggere e a scrivere perché appunto c’è stata una tale overdose d’immagini molte insignificanti, scadenti che veramente bisogna ripensare. Qui uno comincia a fare delle foto e vuole già fare una mostra o vuole fare un libro. In genere o una mostra o un libro non si arriva come progetto iniziale, si arriva con risultato di anni di lavoro che ti fanno poi mettere in prospettiva quello hai fatto dopo che hai intravisto un filone, un discorso che devi sviluppare. Quindi è un po’ come il discorso della musica, vuoi fare subito lo stadio, vuoi fare subito il disco, mentre una volta suonavano per anni e quando facevano dei dischi, erano già dei grandi. Quindi io a certo punto ho perso interesse per la fotografia, ma non per la fotografia per se; non ho più avuto materia su cui intervenire interessante abbastanza. Allora ho detto comincio a fare dei libri, non dei libri sulle mie foto, ma dei libri su biografie de Di Andrè, di Gabriel che era anche un modo per rigenerarmi, un modo per fare un altro tipo di fotografia perché prendendo in mano tutte le fotografie di una vita non solo mie, ma quelle degli altri facendo editing, impaginando, ecc, in realtà stavo facendo foto. In un periodo di bassa io continuo rivalutando artisti con un altro linguaggio, intanto aspetto che torni un interesse, una visione delle cose. Sei in quella fase ancora? Sì, ci penso ma non è che drammatizzo, penso comunque che nella vita di tutti bisogna fermarsi. Ad esempio (nella musica) quando è arrivato John Coltraine, Sony Rollings (un altro grande del jazz) per cinque anni ha smesso di suonare. Ha detto, davanti a lui io non riesco a fare più niente. Allora bisogna metabolizzare. Allora ci ha messo cinque anni e poi ha trovato una strada ed è diventato un gigante anche lui. Quindi penso che bisognerebbe spegnere internet per un sacco di persone, togliere l’internet per evitare di mettere foto in giro. 

Secondo te, cosa si dovrebbe fare?

Credo che occorrerebbe fare sviluppare un’educazione umanistica della foto. Chiedere una persona che prende in mano una macchina fotografica: perché prendi in mano una macchina fotografica? Che cosa hai da esprimere? Che cosa vuoi raccontare? Di te o del mondo? Capire se la fotografia è lo strumento, il linguaggio giusto per quella persona, mica è detto che lo sia. E poi dire a questa persona che adesso per due, tre, quattro, cinque anni lavori senza pubblicare nulla, senza mostrare ad altri nulla se non magari a “un insegnante” che ti guida, avere un feedback che non è quello del workshop, che non è quello delle scuole, per capire come sviluppare questo linguaggio e la tecnica che comunque viene di conseguenza. Cosa succede, secondo me se tu sai che cosa vuole esprimere, cioè se una persona viene e dice io voglio fare i reportage tipo Salgado (per dire un esempio) che te ne frega di imparare come si usano le luci, come si stampa in un certo modo. Poi la storia della fotografia te la leggi sui libri a tempo perso, ma a te non serve quel tipo di esperienza. Lavorare in uno studio fotografico cosa te ne serve se vuoi fotografare le popolazioni della foresta amazzonica? Niente. Quindi penso che da un lato si possa evitare una perdita di soldi a chi è veramente appassionato, ma soprattutto bisogna capire se la persona è veramente appassionata o no, magari è solo interessata a un gioco estetico. Ci sono quelli che dicono che vorrebbero guadagnare ed essere visibile con la fotografia, ma la verità è solo perché è una scorciatoia per evitare tutto un processo di approfondimento che invece va fatto. La fotografia secondo me è un’altra cosa.

Bisognerebbe rendersi conto che quando non si ha niente da dire non si deve fare niente, perché si deve fare per forza? Io sono due, tre anni che non saprei cosa fotografare e faccio altre cose. Quindi ci vorrebbe un po’ di non solo umiltà, ma anche senso di responsabilità, soprattutto vedendo quello che i grandi hanno fatto o magari qualche grande sta facendo, capire che quello che tu intendi come fotografia non è all’altezza.

 

 

Qual è la storia dietro la foto di Frank Zappa?

 

Foto di Guido Harari

Lui ha sempre avuto questa immagine molto dissacrante, allora io lo volevo molto regolare. Quell’anno lì era l’ottantadue, l’anno in cui Armani esplose in tutto il mondo e la  moda italiana diventa famosissima. Allora (in quel momento) lui aveva quest’ abito di Armani da direttore di orchestra e per terra c’erano delle partiture; siccome sapevo che lui stava lavorando a un progetto con la London Simphony Orchestra gli ho detto: “ Senti io ti fotografo sulle partiture”. Poi c’era un giocattolo di suo figlio in un angolo, l’ha preso e si è sdraiato.

Guido Harari ospita ai grandi della fotografia internazionale nella sua galleria nella città di Alba (Cuneo). Il sito web è:www.wallofsoundgallery.com

 

 

Monica Cappellini

Giornalista e fotografa

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